Carissimi amici e tutti voi che oggi siete qui a Castelleone per ricordare mio padre, senza dimenticare coloro che sono collegati online.

Novant’anni fa’ nasceva qui a Castelleone Pierre Carniti. Per l’Italia è stato un leader passionale, la voce di un sindacato moderno e il protagonista di battaglie storiche per la dignità dei lavoratori e per la giustizia sociale.

Per me era semplicemente mio padre. Crescendo però mi son sempre piu’ reso conto come l’uomo pubblico e l’uomo privato si alimentassero della stessa linfa ovvero una profonda sensibilità verso il dolore altrui e un rifiuto radicale di ogni ingiustizia. Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 90 anni, non vorrei solo celebrare le sue conquiste sindacali, ma comprendere le radici di ciò che lo ha reso l’uomo che è stato. Taluni esperti sostengono che con un determinato carattere ci si nasca, mentre altri ritengono che certe circostanze forti della vita contribuiscano in modo determinante a disegnare a tinte forti le caratteristiche di una persona.

E queste circostanze che ti segnano non sono certo mancate a chi ha vissuto gli anni quaranta con la povertà vera, la miseria dura, dove la fame non era un’astrazione ma un’ombra quotidiana e dove un nucleo familiare composto da 8 persone doveva fare i salti mortali per mettere in tavola qualcosa per tutti.

Quella miseria non lo ha spezzato, al contrario gli si è impressa dentro. È esattamente in quei sacrifici che è nato in lui il senso di rivalsa assolutamente non personale ma collettivo. È li che ha deciso che nessuno avrebbe dovuto più chinare la testa di fronte alla miseria e che il lavoro avrebbe dovuto essere uno strumento di riscatto e libertà.

Purtroppo, come spesso accade, a temprare l’animo sono le feritepiu’ intime. L’improvvisa perdita del suo amatissimo fratello maggiore Flavio, tragicamente morto in un incidente stradale, fu per mio padre e per tutta la famiglia una ferita devastante.

La morte improvvisa del fratello lasciò in lui un vuoto incolmabile, un senso di ingiustizia che non dimenticherà mai. Quel lutto, da un lato gli insegnò la fragilità della vita, dall’altro radicò in lui una determinazione incredibile. E così, come illuminato dalla luce del faro del fratello Flavio, comprese di non dover sprecare nemmeno un secondo della propria esistenza e si lanciò nella sua corsa per proteggere la vita altrui.

Mio padre ha vissuto ogni giorno con quell’urgenza e, se lo ha fatto trascurando un pò la famiglia, personalmente lo ho compreso e me ne sono fatto una ragione.

La sua passione per il sindacato, la sua rigidità morale, ma anche la sua grande visione evidentemente sono nati anche da li. Se oggi fosse qui con noi, per i suoi 90 anni non vorrebbe essere certo ricordato come un monumento del passato ma sicuramente vorrebbe guardare avanti. Ci chiederebbe cosa stiamo facendo oggi per chi soffre la povertà, per chi lavora senza garanzie e per chi rischia la vita ogni giorno sui luoghi di lavoro.

Allo stesso tempo avrebbe però una parola di elogio per gli amici che, attraverso l’ispirazione di Raffaele Morese e l’abile regia di Roberto Benaglia, portano avanti le nobili iniziative della fondazione da lui promossa proprio per la sua visione futuristica.

E per noi, ricordarlo oggi, significa raccogliere il suo testimone continuando a credere che la solidarietà non sia una parola del passato, ma l’unica bussola per costruire un futuro più giusto.

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