GUIDO BAGLIONI

(di Giuseppe Cremonesi)

Via della piazzola 71, San Domenico.

Era lassù, a metà degli anni 80, che mi recavo ogni mattina da Sasso Marconi e la familiarità del tragitto era tale che riuscivo ad arrivare prima che gli “studenti” stanziali facessero colazione e poi via in aula.

 Lì, immancabili, trovavi le radici della Cisl.

Da una parte Vincenzo Saba, sassarese da primo impatto, custode e punto di incontro dei padri fondatori Pastore e  Romani.

Dall’altra il bresciano Guido Baglioni, il teorico della democrazia impossibile, della partecipazione concreta nell’economia di mercato.

Io li vedevo come i sacerdoti del tempio cislino un po’ come  quei Simeone e Anna biblici, testimoni con i loro occhi della “luce per illuminare le genti”.

 In aula ti trasmettevano non solo nozioni ma senso.

Percepivi la profondità di un cammino da intraprendere.

Talvolta mi è capitato di vedere Saba, Baglioni e Pietro Merli Brandini discutere nei capannelli del post lezioni e mi veniva, forse in modo blasfemo, da pensare “facciamo tre tende una per te una per Mosè e una per Elia”.

A me sono sempre apparsi immortali, quasi che l’incedere del tempo non li sfiorasse.

 A Firenze, a Roma e, Baglioni anche a Milano, sempre attenti ai giovani che si affacciavano nel mondo sindacale.

Quella  soggezione accademica che trasmettevano svaniva nel dopo lezioni.

Guido Baglioni in particolare, con quel sorriso da orsacchiotto buono, ti prendeva sottobraccio per consolarti delle sconfitte subite a ping pong nelle pause di Firenze e ti spiegava cosa significava fare il sindacalista.

E il professore si faceva amico e compagno di viaggio.

Quella consuetudine ritrovata e il sorriso compiacente però non velavano mai la profondità dei contenuti che lui studiava.

Un sociologo rigoroso che cercava le ragioni profonde dell’agire dei lavoratori.

Per tutta la vita si è interrogato, oltre gli schemi ideologici imperanti nelle varie stagioni, alla ricerca di risposte concrete al tema della partecipazione e della democrazia economica.

 Il qui ed ora di ogni stagione lo intrigava, lo incuriosiva e lo studiava.

Oggi i giovani direbbero che era sempre sul pezzo, nelle lezioni a Firenze, nei seminari a Roma, nell’Università a Milano.

 Il suo Regno era di questo mondo, ma lui ha lavorato una vita per farlo migliore e più giusto anche dentro la fabbrica.

Per me rimane immortale, lì col suo sorriso e la disponibilità a passeggiare sotto i portici come gli antichi greci.

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